Riconoscere le emozioni, per poi comprenderle e riuscire a gestirle, è essenziale per il benessere personale e relazionale. Le emozioni sono come una bussola: ci guidano, ci aiutano a individuare i pericoli, ci proteggono… ma se non siamo in grado di riconoscerle, o se la loro intensità diventa eccessiva, corriamo dei rischi e agire o prendere decisioni può diventare pericoloso. È necessario prestare attenzione alla propria vita interiore e coltivare l’autoconsapevolezza per non farsi sopraffare dalle emozioni.

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Come nasce un’emozione?

Ogni emozione è la risposta a un determinato stimolo, che può essere interno o esterno. Tra gli stimoli interni vi sono pensieri, sensazioni corporee, ricordi. Gli stimoli esterni, invece, sono tutti quegli avvenimenti che non dipendono da noi, ma dall’ambiente che ci circonda, dal contesto, dagli altri.

Ognuno di questi stimoli può indurre diverse modificazioni a livello del sistema nervoso, innescando velocemente risposte chimiche a specifici stimoli: in meno di un secondo, le sostanze chimiche in questione vengono rilasciate nel nostro organismo, dando vita alle emozioni e alle conseguenti reazioni fisiologiche e comportamentali. Queste ultime sono, naturalmente, le azioni messe in atto coerentemente con le emozioni provate. Le reazioni fisiologiche, invece, influiscono, ad esempio, su:

  • Temperatura corporea
  • Espressioni facciali
  • Frequenza cardiaca
  • Sudorazione
  • Pallore/rossore
  • Tremore
  • Ossigeno nel sangue

Qual è la differenza tra emozioni, stati d’animo e sentimenti?

Emozioni, stati d’animo e sentimenti vengono spesso trattati come sinonimi. Si tratta, invece, di condizioni interiori distinte e complementari.

Le emozioni sono istintive e rapide, scaturiscono da stimoli specifici e implicano immediate risposte fisiologiche e reazioni comportamentali.

Gli stati d’animo sono condizioni emotive più ampie e generali, influenzate da diversi fattori. Tra questi rientrano l’ambiente esterno, come il clima o le persone che ci circondano, il focus della nostra attenzione e le emozioni che proviamo. Gli stati d’animo hanno una durata più estesa e possono persistere per minuti, ore o giorni.

Infine, i sentimenti sono più duraturi e complessi e spesso non hanno una componente fisiologica evidente. Derivano dall’interpretazione delle emozioni e includono processi cognitivi come consapevolezza e riflessione. Sono molto soggettivi e meno “universali” delle emozioni, nonché fortemente influenzati dal contesto personale, culturale e sociale.

Il fattore tempo è una chiave importante per distinguere queste tre condizioni interiori: le emozioni sono immediate e rapide, gli stati d’animo mediamente prolungati, i sentimenti duraturi e complessi.

Emozioni di base (o primarie) ed emozioni complesse (o secondarie)

Le emozioni sono, insieme, riflessi fisiologici, pensieri, e impulsi comportamentali che si manifestano conseguentemente a degli stimoli. Esse si suddividono principalmente in due macrocategorie: emozioni di base (o primarie) ed emozioni complesse (o secondarie).

Le emozioni di base

Quali sono, quindi, le emozioni di base? Si tratta di quelle emozioni che si manifestano praticamente sin da quando si nasce. Sono universali, dunque le manifestiamo tutti, a prescindere da periodo storico, ambiente e cultura, e accomunano tutti i mammiferi, in quanto spontanee e non necessitanti di alcuna analisi introspettiva. Le emozioni primarie sono sei: paura, tristezza, rabbia, disgusto, sorpresa e gioia.

Le emozioni secondarie

Le emozioni complesse, o secondarie, invece, scaturiscono dalla combinazione di più emozioni primarie (o anche dall’unione di altre emozioni secondarie tra loro), rappresentano una prerogativa unicamente degli esseri umani e sono frutto dell’esperienza: si sviluppano, cioè, con la crescita e l’interazione con il mondo esterno.

Le emozioni secondarie si presentano come una realtà emotiva complessa e richiedono autoconsapevolezza, sono soggettive e fortemente condizionate dalla riflessione. Tra le emozioni secondarie più comuni vi sono: nostalgia, speranza, vergogna, gelosia, malinconia, senso di colpa, rimpianto, allegria, delusione, orgoglio.

Secondo la teoria darwiniana, ogni emozione ha un ruolo essenziale nell’evoluzione, poiché deriva da un processo di adattamento che ha ottimizzato le reazioni umane agli stimoli esterni, favorendo così la sopravvivenza della specie.

Emozioni positive ed emozioni negative

Un’altra importante classificazione delle emozioni si fonda sul piacere o sul dispiacere che provocano: possiamo distinguere, infatti, anche tra emozioni positive ed emozioni negative.

Naturalmente, non si tratta di un giudizio di valore: le emozioni sono sempre vere e giuste, nel senso che, in quanto risposte a determinati stimoli, sono reali e legittime. Provarle non è sbagliato e ognuna di esse ha una determinata rilevanza sull’individuo, a prescindere dal piacere o dal dispiacere che determinano. L’unica cosa sbagliata (per chi le prova o per chi gli sta intorno) può essere la reazione che provocano.

Perché è importante riconoscere le emozioni?

Saper riconoscere e interpretare le emozioni è fondamentale in quanto esse sono alla base dei processi di decisione, giudizio e ragionamento.

Identificare e dare un nome alle emozioni è un’abilità nota come “granularità emotiva”: essa rende le persone che ne sono provviste più “equipaggiate” per gestire le proprie reazioni in modo appropriato e per riconoscere le emozioni degli altri, con conseguente sviluppo dell’empatia.

Abbiamo definito le emozioni come una bussola: non saperla interpretare significa non riuscire a orientarsi.

Quali sono le cause della difficoltà a riconoscere le emozioni?

Per alcuni soggetti è molto difficile ascoltarsi e, di conseguenza, autocontrollarsi. Queste persone non sono in grado di dare una ragione alle proprie percezioni, con la conseguenza che le emozioni provocheranno in loro dei sintomi fisici che non riusciranno a spiegarsi.

Tutto ciò porta a esprimere la sofferenza emotiva attraverso il corpo, provocando l’elevato sviluppo di sintomi fisici di somatizzazione. Questa è solo una delle conseguenze dell’alessitimia, disturbo spesso definito come il contrario di empatia.

Empatia VS Alessitimia

Il significato di empatia e il significato di alessitimia hanno radici antiche: entrambi, infatti, derivano dal greco. Per empatia (en-, “dentro” + pathos, “sofferenza” o “sentimento”) si intende “la capacità di comprendere lo stato d’animo e la situazione emotiva di un’altra persona, in modo immediato e talvolta senza far ricorso alla comunicazione verbale” (fonte: treccani.it). Il termine alessitimia, invece, è composto da: a- (mancanza), lexis (parola), thymos (emozione) e significa, letteralmente: mancanza di parole per (descrivere) le emozioni.

Le conseguenze dell’alessitimia

Essere alessitimici, dunque, non comporta l’assenza di emozioni, come si potrebbe erroneamente pensare, ma l’incapacità di riconoscere, descrivere e interpretare i propri stati emotivi a causa di una mancata capacità d’introspezione.

Ciò porta a conseguenze quali:

  • Isolamento o relazioni di forte dipendenza
  • Forte somatizzazione e ipocondria
  • Sfera immaginativa ridotta
  • Difficoltà a identificare anche i sentimenti altrui (totale mancanza di empatia)
  • Pensiero raramente orientato alla propria sfera interiore

L’alessitimia può provocare anche condizioni patologiche fisiche e/o psicologiche, tra cui: ipertensione, dispepsia, ansia, depressione, disturbi alimentari, disturbi di personalità (evitante, dipendente, ossessivo-compulsiva, narcisistica…). In questi casi, è necessario ricorrere al supporto di un professionista.

Il compito dello psicoterapeuta è quello di aiutare i pazienti con alessitimia a riconoscere, esprimere e gestire le emozioni, tenendo sempre in considerazione le carenze del soggetto, soprattutto a livello cognitivo e interpersonale.

Come si fa a riconoscere le emozioni?

Tutte le emozioni che proviamo, negative o positive, vanno accettate e accolte in quanto parte di noi e, per questo motivo, preziosissime. Per gestirle, è necessario identificarle, in quanto il nostro cervello obbedisce al principio: “denominarlo per domarlo”. Dunque, dare un nome a ciò che proviamo lo renderà più facile da affrontare. Ma come si fa a riconoscere e, quindi, a definire le emozioni?

Un buon esercizio per iniziare consiste nell’analizzare le proprie sensazioni corporee: evidenze come variazioni nel battito cardiaco o nella respirazione aiutano a comprendere l’influenza di pensieri e/o eventi esterni sulle emozioni. Per riconoscere le emozioni degli altri, invece, è molto utile focalizzarsi su volume, ritmo della voce e linguaggio non verbale, senza mai dimenticare l’importanza di chiedere alle persone come si sentono: fa bene alle relazioni e aiuta a migliorare la capacità di identificare cosa provano.

Metodi per imparare a riconoscere le emozioni

Tra gli strumenti che aiutano a riconoscere le emozioni, la ruota delle emozioni è estremamente utile: pratica e importantissima, consente principalmente di ampliare il vocabolario emotivo di chi la utilizza. Sviluppata dallo psicologo Robert Plutchik, la ruota delle emozioni rappresenta le emozioni umane a partire da quelle di base, per poi approfondirle e “scomporle” in un ampio ventaglio di emozioni secondarie, in modo da poter identificare dettagliatamente cosa si sta provando osservando i segnali del corpo e della mente. Ciò facilita il modo di individuare l’intensità dell’emozione e di trovare strategie per gestirla, allena l’empatia e induce a lavorare sullo sviluppo personale per migliorare granularità emotiva e autoconsapevolezza.

Oltre alla ruota, esistono diverse attività che aiutano a riconoscere le emozioni:

  • Lettura
  • Attività creative
  • Analisi delle sensazioni corporee
  • Introspezione
  • Mindfulness
  • Meditazione
  • Diario delle emozioni
  • Psicoterapia
La ruota delle emozioni

Come imparare a controllare le proprie emozioni?

Quando le emozioni sono troppo intense e difficili da gestire si parla di disregolazione emotiva: un momento di instabilità interiore che impedisce di controllare le emozioni e si manifesta con reazioni intense, impulsive e non proporzionate agli eventi.

Tutti possiamo vivere momenti di disregolazione emotiva più o meno frequenti: alcuni soggetti sono maggiormente predisposti a soffrirne (come le persone con ADHD), altri li manifestano in casi isolati, in base al proprio vissuto e ai propri traumi, che acuiscono la vulnerabilità.

È molto probabile che questi episodi si manifestino più spesso nell’infanzia o in età adolescenziale, in quanto momenti della vita in cui non si ha ancora la piena conoscenza della propria interiorità. Ecco perché è necessario dare la giusta importanza al rapporto tra giovani e salute mentale.

Per chi soffre di alessitimia o disregolazione emotiva, la psicoterapia aiuta a mettere a fuoco i fattori di vulnerabilità e fornisce gli strumenti per riconoscere le emozioni e controllarne l’intensità.

Emozioni e terapia EMDR

Il modello EMDR (Desensibilizzazione e Riprocessamento attraverso i Movimenti Oculari) è un tipo di terapia basato sull’ipotesi che gran parte della psicopatologia sia causata dalla mancata elaborazione di esperienze particolarmente traumatiche per l’individuo, che si sono accumulate in maniera disfunzionale. Dunque, quando succede qualcosa che il cervello collega a tali esperienze non elaborate, l’individuo over-reagisce. La terapia EMDR consente l’identificazione e l’accesso a queste esperienze, lavorando anche su emozioni e sensazioni a esse associate. Le emozioni hanno molto a che fare con i motivi per cui determinati ricordi non riescono a essere elaborati: l’EMDR determina un cambiamento nell’elaborazione cognitiva del ricordo, in modo da eliminare il disagio associato, favorire la remissione dei sintomi e instaurare uno stile di vita equilibrato.

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